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Storia del plié: un movimento semplice diventato fondamentale

Storia del plié

La storia del plié è strettamente legata alla nascita del balletto accademico. Piegare le ginocchia è naturalmente un’azione molto più antica della danza classica, ma tra XVII e XVIII secolo il plier, “piegare” in francese, entrò in un vocabolario tecnico sempre più organizzato, fino a diventare uno dei principi fondamentali della formazione del danzatore. Già nel sistema di notazione pubblicato da Raoul-Auger Feuillet nel 1700, il plié compare tra i movimenti di base delle gambe insieme a relevé, sauté, cabriole, tombé e glissé.

Oggi demi-plié e grand plié compaiono regolarmente all’inizio del lavoro alla sbarra e ritornano continuamente in salti, giri, cambi di direzione e transizioni. Questa centralità non dipende soltanto dalla tradizione: il plié organizza il rapporto tra corpo e pavimento e prepara molte delle azioni che caratterizzano il balletto.

Dal balletto di corte alla nascita di una tecnica codificata

Per comprendere perché il plié sia diventato così importante bisogna tornare alla Francia di Luigi XIV.

Nel XVII secolo la danza occupava un posto centrale nella vita della corte francese. Non era soltanto intrattenimento: faceva parte dell’educazione aristocratica, insieme ad attività come equitazione e scherma, e contribuiva alla costruzione di un ideale di controllo, eleganza e comportamento corporeo.

Luigi XIV era personalmente appassionato di danza e partecipò a numerosi balletti di corte. Nel 1661 istituì a Parigi l’Académie royale de Danse. La documentazione conservata dalla Bibliothèque nationale de France conferma le lettere patenti con cui venne formalizzata questa istituzione.

Una figura centrale fu Pierre Beauchamp, maestro di danza del re e protagonista della progressiva codificazione della tecnica francese. L’Opéra national de Paris gli attribuisce in particolare la sistematizzazione delle cinque posizioni fondamentali dei piedi, uno degli elementi destinati a rimanere nel vocabolario classico.

Nel 1669 nacque inoltre l’Académie royale de Musique, dalla quale si sviluppò l’Opéra di Parigi e una compagnia professionale di danzatori. Nel 1713, ancora sotto Luigi XIV, venne istituzionalizzato un vero conservatorio destinato alla formazione dei professionisti dell’Académie royale de Musique.

È all’interno di questo processo che azioni già presenti nella danza diventano progressivamente termini tecnici riconoscibili e trasmissibili.

Il plié non nasce quindi in una singola data. Diventa fondamentale perché entra in un sistema nel quale posizioni, passi, direzioni e qualità del movimento vengono nominate, insegnate e progressivamente codificate.

Quando il plié compare nei primi sistemi di notazione

Un documento particolarmente importante è Chorégraphie, ou l’art de décrire la dance, pubblicato da Raoul-Auger Feuillet nel 1700.

Il trattato descrive attraverso simboli il percorso del danzatore, le posizioni dei piedi e alcuni movimenti fondamentali. Tra le sei azioni di base delle gambe compare esplicitamente il plié.

Questo non significa che il plié del 1700 fosse identico, per profondità ed estetica, a quello osservabile oggi durante una lezione accademica.

La danza barocca possedeva organizzazione del peso, calzature, costumi e convenzioni stilistiche differenti. Le fonti storiche mostrano inoltre che il piegamento delle gambe partecipava direttamente al fraseggio: nella danza barocca documentata dal sistema Beauchamp-Feuillet, i pliés potevano essere collegati alla levata musicale e le elevazioni al tempo forte.

Il plié era dunque già qualcosa di più di un semplice esercizio preparatorio. Era un meccanismo ritmico.

Piegare ed elevarsi permetteva di articolare la musica attraverso il peso del corpo.

Con lo sviluppo del balletto teatrale, questa capacità sarebbe diventata sempre più importante. La tecnica cominciò a richiedere salti più complessi, batterie, rotazioni, elevazioni e una crescente organizzazione delle linee del corpo.

Il piegamento delle gambe divenne il collegamento tra la posizione statica e l’azione.

Perché il plié prepara salti e giri

Nel balletto contemporaneo la funzione del plié appare chiaramente soprattutto nell’allegro.

Un salto richiede una preparazione verso il pavimento, una fase di spinta e successivamente un atterraggio controllato. La Royal Ballet School dedica specificamente parte della propria formazione alla relazione tra profondità del plié, relevé e preparazione dei differenti passi di allegro. La scuola sottolinea inoltre che la profondità utile può cambiare secondo il salto eseguito.

La ricerca biomeccanica conferma quanto l’atterraggio rappresenti una fase importante: negli studi sui salti del balletto vengono analizzate forze di reazione al suolo, mobilità delle articolazioni e strategie utilizzate per assorbire il carico.

Il demi-plié permette di coordinare soprattutto:

  • caviglie;
  • ginocchia;
  • anche;
  • appoggio del piede;
  • asse del tronco.

Nella preparazione di un salto permette di caricare progressivamente il movimento prima della spinta. Nell’atterraggio consente invece di accompagnare il ritorno verso il pavimento anziché ricevere l’impatto con gambe rigide. Le indicazioni dell’International Association for Dance Medicine & Science collegano infatti il demi-plié sia alla preparazione sia all’atterraggio dei salti.

La stessa logica compare nei giri.

Prima di molte pirouettes il plié crea una posizione dalla quale può partire la spinta, mentre il successivo relevé porta il corpo verso un asse più alto. Un plié non organizzato può rendere più difficile coordinare trasferimento del peso, salita e rotazione.

Il plié non produce quindi automaticamente un buon salto o un buon giro. Fornisce però il terreno meccanico sul quale queste azioni possono essere costruite.

Dal piccolo piegamento al grand plié

Nel linguaggio accademico moderno si distingue soprattutto tra demi-plié e grand plié.

Nel demi-plié il piegamento si arresta prima che i talloni debbano necessariamente sollevarsi dal pavimento. Nel grand plié la discesa continua maggiormente; nelle posizioni in cui la geometria del movimento lo richiede, i talloni si sollevano progressivamente, mentre in seconda posizione possono normalmente rimanere appoggiati.

È però fuorviante pensare al grand plié come a un demi-plié semplicemente “più profondo”.

La qualità fondamentale rimane il coordinamento tra allineamento, turnout disponibile, mobilità articolare e distribuzione del peso.

Anche la profondità del plié non è stata una misura immutabile attraverso la storia.

Nei documenti della danza barocca il piegamento appare soprattutto come elemento dinamico e ritmico del passo. Con l’evoluzione della tecnica teatrale e la progressiva sistematizzazione dell’allenamento, il plié ha assunto forme didattiche più articolate, fino alla distinzione e al lavoro metodico osservabili nelle scuole contemporanee.

La formazione moderna riconosce inoltre che non esiste una profondità massima ideale da utilizzare in ogni circostanza. La Royal Ballet School lavora esplicitamente sulla variazione della profondità in funzione dei differenti salti, mentre ricerche raccolte dalla IADMS suggeriscono che un plié più profondo non produce automaticamente una maggiore elevazione.

La profondità è quindi uno strumento, non un obiettivo.

Le differenze tra le scuole di balletto

Con la diffusione internazionale della danza classica si sono sviluppate diverse tradizioni pedagogiche.

Tra le più conosciute figurano:

  • scuola francese;
  • metodo Cecchetti;
  • tradizione russa e metodo Vaganova;
  • scuola danese legata a Bournonville;
  • sistemi britannici;
  • sviluppi americani del Novecento.

Il principio del plié rimane comune, ma possono cambiare tempo musicale, coordinazione delle braccia, uso della testa, successione degli esercizi, qualità dinamica e modalità con cui il movimento viene combinato con il resto della sbarra.

Il metodo di Enrico Cecchetti, sviluppatosi tra XIX e XX secolo e successivamente codificato attraverso manuali e programmi, rappresenta per esempio un sistema strutturato di formazione con particolare attenzione alla progressione tecnica e alla coordinazione dell’intero corpo.

La tradizione Vaganova, sviluppata in Russia nel XX secolo sulla base delle precedenti scuole francesi, italiane e russe, organizza a sua volta il plié all’interno di una metodologia progressiva nella quale esercizi, port de bras e difficoltà vengono combinati secondo il livello degli studenti. L’Accademia Vaganova continua ancora oggi a formare insegnanti attraverso programmi specificamente dedicati alla metodologia della danza classica.

Non avrebbe quindi molto senso stabilire quale scuola possieda il plié “corretto”.

Le differenze riguardano soprattutto come un principio condiviso viene inserito in un sistema pedagogico.

Perché il plié non deve essere forzato

La codificazione accademica non implica che tutti i corpi debbano produrre esattamente la stessa profondità.

Turnout, struttura dell’anca, mobilità della caviglia, proporzioni corporee, esperienza e controllo influenzano l’aspetto del movimento.

Forzare la discesa per raggiungere un’immagine prestabilita può compromettere l’allineamento: i piedi possono perdere stabilità, le ginocchia modificare la propria traiettoria o il bacino compensare.

Anche i moderni sistemi di formazione pongono attenzione alla capacità individuale. I programmi Cecchetti dell’ISTD, per esempio, indicano tra gli obiettivi lo sviluppo della tecnica e dell’ampiezza di movimento nel rispetto delle capacità fisiche individuali.

Questo principio modifica anche il significato storico del plié.

Ciò che nel Seicento contribuiva a organizzare passi e ritmo continua oggi a svolgere la stessa funzione essenziale, ma all’interno di una tecnica divenuta enormemente più complessa.

Il plié prepara il movimento perché insegna una delle relazioni fondamentali del balletto: scendere per poter salire, assorbire per poter ripartire, utilizzare il pavimento invece di considerarlo soltanto una superficie sulla quale appoggiare i piedi.

È questa continuità a spiegare perché, dopo più di tre secoli di evoluzione tecnica, il plié continui a comparire all’inizio della formazione e a riapparire praticamente in ogni parte della lezione.

Non è soltanto il primo esercizio della sbarra.

È uno dei principi attraverso i quali il balletto ha imparato a organizzare il peso, il ritmo e il passaggio dalla quiete al movimento.